Antonio Di Maro
NeuroArchitettura

Cos’è la Neuroarchitettura?

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Le Neuroscienze applicate all’architettura

  • In che modo il nostro cervello risponde agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno?
  • Quanto una buona progettazione contribuisce al benessere psicofisico dell’individuo?
  • Può un architetto progettare spazi che diano benessere, che aumentino la capacità di concentrazione, che aiutino la guarigione o che siano formativi?

La risposta è SI, ma partiamo dal principio, andiamo ad analizzare cos’è la “neuroscienza cognitiva”, e come questa disciplina scientifica può essere utilizzata dai progettisti.

Le neuroscienza cognitiva è una disciplina scientifica nata agli inizi degli anni 80’ quando, in seguito allo sviluppo di una serie di tecniche volte a visualizzare il funzionamento della corteccia e dei nuclei cerebrali, si chiarì come il cervello rende possibile la cognizione e, più in generale, come funziona la mente in rapporto ad attività quali la memoria, l’apprendimento, l’emozione, i processi inconsci.

Data la definizione, abbiamo capito che la nostra mente è oggetto di studio e di analisi approfondite. Il cervello risponde agli stimoli esterni con meticoloso giudizio e attiva apposite cellule per ognuno di essi. Inoltre per ogni stimolo proveniente dell’ambiente esterno il cervello crea una mixité di impulsi che provengono dai ricordi, dai sensi percettivi (compreso il sesto!), dalla memoria a breve termine etc..

 

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La cappella nel bosco di Thorncrown di Fay Jones, i Arkansas, Stati Uniti

Da sempre i grandi architetti, hanno realizzato spazi, manufatti, città solo affidandosi ad una sensibilità progettuale molto alta. Se solo analizziamo i numerosi studi fatti da uomini di spicco del passato (dall’antico egitto, passando per il rinascimento, fino ai giorni nostri), vediamo che l’uomo mostra un attaccamento viscerale alla natura. La mente dei grandi maestri del passato si è sempre rifatta alle forme della natura, alla sua divina proporzione o alla sua modularità (vedi la sequenza divina o meglio conosciuta come sezione aurea). Gli esempi sono svariati e di grande notorietà, basti pensare a Leonardo da Vinci con il suo magistrale “uomo vitruviano” disegna le proporzioni ideali del corpo umano, raccontate da Vitruvio nel “de architettura” o ai maestri dei giorni nostri come Le Courbusier, che riprende il tema pensando ad un’architettura a misura d’uomo con “le Modulor”.

Ecco, partendo da questi magistrali esempi di “fare architettura”, la neuroscienza viene incontro all’architettura cercando di spiegare i motivi alla base di ogni tipo di impulso che la mente riceve e poi metabolizza. Sia chiaro, “la spiritualità progettuale” resta unica di ogni individuo.

La fusione quindi di due discipline come la neuroscienza e l’architettura, determinano la Neuroarchitettura. La neuroarchitettura è una disciplina che cerca di esplorare a fondo il rapporto tra le neuroscienze e di tutte le altre strutture artificiali che compongono un ambiente creato artificialmente dall’uomo. Più specificamente, la Neuroarchitettura studia il livello di risposta psicologica umana ai componenti che costituiscono questo tipo di ambienti. L’obiettivo di fondo è quello di valutare l’impatto che le varie strutture hanno sul sistema nervoso umano e sul cervello. La neuroscienza studia l’interazione tra i vari fattori intrinsechi ed estrinsechi che interagiscono con il nostro sistema nervoso centrale. Nell’approccio con questa scienza, i ricercatori prendono in considerazione una serie di elementi diversi, quali la genetica, lo sviluppo fisico ed emotivo, la farmacologia , l’evoluzione, e le patologie del sistema nervoso.

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In foto una delle suite dello Chez Anna

La Neuroarchitettura si basa sulla premessa che gli elementi artificiali aggiunti dall’umanità hanno un impatto significativo sulla funzionalità del cervello e del sistema nervoso. In alcuni casi, l’impatto può essere utile in senso positivo, mentre in altre situazioni la forma e struttura dell’edificio possono creare una reazione negativa a livelli diversi. Resta inteso che l’impatto non può essere visibile in modo immediato, e potrebbe più verosimilmente effettuare modifiche alle funzioni del sistema nervoso nell’arco di un periodo prolungato di tempo.

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Se uno stimolo visivo infatti contiene un grosso range di informazioni esso dovrebbe determinare una attività neuronale nelle aree di associazione:

  1. Produzione di endorfina e incremento dello stimolo dei recettori cerebrali multi-oppiacei (i recettori delle endorfine), con generazione di una sensazione di piacere (ricompensa).
  2. Lo stesso stimolo se ripetuto provoca l’attivazione di meno recettori oppiacei quindi una sensazione di piacere di minore intensità.

 

C’è infatti una regione nel nostro mesencefalo chiamata substantia nigra; Questa è essenzialmente il maggiore “Centro di novità” del cervello, una struttura che risponde agli stimoli visivi nuovi. La substantia nigra  è strettamente legata alle aree del cervello chiamate ippocampo e amigdala, i quali giocano grandi ruoli fondamentali nell’apprendimento e nella memoria. L’ippocampo confronta gli stimoli con le memorie registrate, mentre l’amigdala reagisce agli stimoli emotivi e rafforza i ricordi associati a lungo termine. E’ chiaro che uno stimolo che attiva più aree cerebrali assocerà a quella vista un ricordo positivo e una sensazione di benessere. Nella figura in basso si vedono chiaramente le zone di “piacere” attivate dopo uno stimolo sensoriale visivo.

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Una delle principali organizzazioni coinvolte nello studio del neuroarchitecture èl’Accademia di Neuroscienze per l’Architettura. L’ANFA mira a promuovere lo studio del rapporto tra gli edifici e il corpo umano. In funzione dal 1980, incoraggia attivamente la ricerca degli studiosi che utilizzano la neuroscienza nell’approfondire  l’impatto che gli elementi costruiti dall’uomo hanno sulle funzioni del sistema nervoso e che tipo di attività cerebrale si verifica come risultato della stimolazione dei sensi.

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