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ABSTRACT
One of the great challenges of modern architecture is focused on recovering, regenerating and reusing notorious “non-places”, an enlightened term coined by great architect Franco Purini and one that is highlighted by his school. The boundless suburbs of reinforced concrete that emerged in the years of post-war reconstruction,

without any precise compositional-design logic, were the offspring of lightning-fast development, without infrastructural connections, that were destined to eventually become urban “ghettos” and “incubators” of the underworld. The examples of this are many and involve nearly every metropolis throughout Italy, from the infamous “Zen” district of Palermo, to the districts of “Scampia” and “Ponticelli” of Naples, up to the “Quarto Oggiaro” of Milan. The real theme, with which contemporary architects must now confront themselves, from today and for the near future, is to be found in restoring human, moral and social dignity that was raped for years by reckless suburban cementification with urban realities and its citizens often forgotten. A solution to the huge problem can begin from virtuous and concrete examples of socio-urban rebirth, which is mending wise architectural recovery operations and acting as a driving force for redevelopment around which civil society itself can cling and autonomously restart. Sport, as a social aggregator, can be a keystone to this recovery. Think of the many sports stadiums that were built in the golden years of concrete and then left abandoned and neglected over time. An example of urban regeneration that began from Sport, is one that was implemented at the “Conocal” of Ponticelli, a run-down neighborhood located in the east of Naples, where the Santobono-Pausilipon Foundation, under the impetus of the National Anfimafia Prosecutor, Federico Cafiero De Raho, took positive and solid action which triggered an admirable example of this type of participatory architecture. Financing of the design and construction works was provided for the complete regeneration of the sports complex of the De Filippo school, which until then, was in a state of absolute architectural and urban degradation.

PREFAZIONE
ANNA MARIA MINUCUCCI
Direttore Generale AORN Santobono Pausilipon

Essere il direttore dell’Ospedale pediatrico più grande del Sud Italia, mi ha offerto, in questi 10 anni di attività, un osservatorio tristemente privilegiato sul disagio giovanile; un fenomeno in preoccupante crescita che trova terreno fertile in quei territori in cui, al degrado socio-culturale, si associa quello urbano e dei servizi. Secondo i dati raccolti da Save the Children sono 1.2 milioni i bambini che vivono in condizione di povertà assoluta ma, ad influenzare il loro futuro non sono solo le precarie condizioni economiche. L’ambiente in cui vivono ha un impatto fondamentale sulla loro crescita e sul loro sviluppo. Anche l’accesso alle cure diventa un percorso complesso e tortuoso per le famiglie che vivono in contesti disagiati. Molti dei bambini che accogliamo in ospedale mostrano disturbi legati all’incuria ed alla deprivazione sociale delle famiglie di appartenenza. Offrire loro il giusto supporto, intercettare bisogni che vadano anche al di là di quelli strettamente sanitari, sostenere la prevenzione è il modello di inclusione sociale necessario per affrontare questo disagio crescente. Un modello che abbiamo concretizzato già nel 2010 dando vita alla Fondazione Santobono Pausilipon, grazie alla quale abbiamo potuto mettere in campo iniziative che non fossero solo a supporto dell’assistenza, della ricerca e della formazione ma che avessero anche una forte vocazione socio-assistenziale. Ripartire dai territori maggiormente degradati mettendo in campo azioni concrete di dialogo diretto con i cittadini, abbattere le barriere culturali e geografiche e portare l’ospedale nei luoghi del bisogno sono le riflessioni che mi hanno spinto a realizzare un progetto di sanità solidale che, attraverso l’utilizzo di un camper, consenta ai nostri medici di offrire visite specialistiche a tutti quei bambini che, per varie ragioni, non hanno facile accesso alle normali cure. Attraverso questo impegno non intendiamo solo offrire cure mediche ma anche monitorare i bisogni del territorio e sensibilizzare alla creazione di servizi accessibili a tutti.

FLAVIA MATRISCIANO
Direttore Fondazione Santobono Pausilipon

La Fondazione Pausilipon nasce con lo scopo di sostenere e realizzare tutte quelle azioni che danno “valore aggiunto” all’attività dell’AORN Santobono Pausilipon al fine di renderlo sempre più qualificato sotto il profilo tecnico scientifico e sempre più vicino alle necessità delle famiglie. Molti dei bisogni che intercettiamo in ospedale sono legati a fenomeni di disagio socio-familiare e, in linea con la strategia dell’azienda ospedaliera, abbiamo deciso di aprirci ad un impegno sociale che vada oltre le mura dell’ospedale. Abbiamo scelto di partire dalle
periferie perché, le periferie delle grandi città, sono luoghi dove il disagio sociale dei giovani si amplifica proprio a causa della carenza di luoghi di aggregazione, di infrastrutture sportive e di occasioni di socialità che possano offrire loro alternative positive e sane. Riqualificare il campo da calcio di un dei Rioni più degradati della periferia napoletana, il Rione Conocal a Ponticelli, è stata la prima delle tante azioni che intendiamo mettere in campo per realizzare un modello di inclusione sociale che abbia una ricaduta importante e diretta sulla qualità di vita dell’intera comunità. Partendo dalla convinzione che lo sport è un veicolo privilegiato di aggregazione sociale, oltre che uno strumento di benessere psicofisico e di prevenzione, e riconoscendone il valore educativo e formativo nello sviluppo evolutivo dei bambini, abbiamo valutato questa iniziativa di alto valore etico e sociale e, non solo siamo pronti a replicarla in altre scuole di quartiere, ma stiamo programmando di impiantare attività permanenti di recupero come laboratori di arte, artigianato

Fig 1. Napoli, Sviluppo urbano delle periferie Napoletane, Periferie napoletane: recinti di insicurezza, Prof. Antonio Acierno, Università di Napoli Federico II

LA NASCITA E I PROBLEMI DELLE PERIFERIE NAPOLETANE
Le periferie sono i luoghi in cui si concentrano i gruppi sociali più vulnerabili, per limitata condizione di censo e di formazione, che vedono amplificarsi le già difficili condizioni di vita quotidiana e diventano oggetto di processi di stigmatizzazione della costruzione mediatica della paura. Il senso di insicurezza percepito nelle aree periferiche attiene non in via prioritaria a coloro che non vi risiedono stabilmente, i quali evitano di frequentare questi luoghi costruendo una barriera mentale nella città, quasi a volerle definitivamente cancellare dalla mappa
fruibile urbana, ma prevalentemente agli abitanti stessi costretti a convivere con i problemi reali e virtuali connessi alla periferia. La costruzione delle periferie fu supportata dal decantato “Piano delle Periferie”, che utilizza in maniera anomala gli strumenti dei piani 167 e di recupero previsti dalla L.457/78, ben presto il Piano si traduce, nella sommatoria di interventi edilizi puntuali. La storia delle periferie napoletane vede protagonisti amministrazioni comunali, enti di gestione e anche la migliore cultura urbanistica e architettonica di quegli anni, che ne hanno fatto campo di sperimentazione progettuale. I nuovi quartieri periferici, la cui localizzazione rimase nelle mani dei soli enti di gestione dell’edilizia popolare, sorgono come modelli di ”quartieri autosufficienti” nel rispetto della cultura del “decentramento razionalista”. I principi cui si ispirano sono quelli della “cultura del quartiere” contenuta nelle raccomandazioni e prescrizioni dell’ina-casa o dell’IACP. Dal secondo dopoguerra in poi, è l’edilizia residenziale pubblica a marcare questi territori; le realizzazioni dei grandi progetti di edilizia economica e popolare, eseguite tra gli anni ’60 e ‘70, alterano in maniera irrimediabile il rapporto tra centro e periferia della città, con i piani di Ponticelli e Scampia destinati ad accogliere ben 120.000 abitanti. I due quartieri rappresentano la concretizzazione del “mito razionalista”, con il gigantismo della rete stradale e delle stecche abitative, svincolate da qualsiasi rapporto con il contesto ambientale e irrispettose dei modelli tipologici e delle consuetudini sociali degli abitanti insediati. Queste scellerate scelte politico-amministrative alterano irrecuperabilmente il rapporto con i centri storici dei casali e con le precedenti realizzazioni degli anni ‘50, trasformando anche quest’ultimi in brandelli di tessuto urbano, avulsi da qualsiasi logica unitaria. Un
esempio concreto è da rinvenire nei molteplici sottopassi realizzati nel quartiere di Scampia, previsti per collegare le residenze con i servizi, tutti concentrati e non diffusi nel quartiere, necessari poiché la rete stradale è classificabile come primaria ad alta velocità, negando quindi qualsiasi possibilità di aggregazione sociale di quartiere. In molti abitanti dei quartieri-slums napoletani di periferia, non c’è volontà a partecipare alla vita più vasta della città e ad integrarsi in circuiti sociali più ampi, attraverso i canali tradizionali della formazione scolastica e del lavoro, ma è la cultura più stretta della famiglia e del vicinato che propone precocemente modelli del “vivere illegale”. Le scarse opportunità occupazionali deviano facilmente i giovani verso esempi di arricchimento precoce e di affermazione di un’identità costruita sulle attività illegali e criminali. Sales propone addirittura una similitudine tra le minoranze etniche americane, che sono state all’origine della formazione della mafia americana, e le nuove minoranze sociali dei quartieri periferici napoletani. «In questi quartieri è palesemente percepibile un’ostilità per chi viene da fuori, che è considerato un estraneo, non un cittadino della stessa città… Si forma così una specie di comunità criminale escludente che fa corpo… una città tagliata in due, una tragica frattura che è culturale, sociale, antropologica prima che geografica». (SALES I., Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli, L’ancora, Napoli 2006.) Nelle periferie di Napoli si verifica un fenomeno anomalo e del tutto in controtendenza rispetto alla maggioranza delle città occidentali: non è la classe benestante che si separa dalle altre (come avviene nelle gatedcommunities americane e nord europee) ma è la città del malessere e del disagio che si isola e si barrica, costruendo i propri fortini, ben noti nei quartieri di Scampia o di Ponticelli, con l’installazione di circuiti di telecamere, cancellate e la chiusura di strade pubbliche. «Un vero e proprio auto-apartheid sociale dentro cui
cresce una specie di autismo criminale». Un aspetto positivo, dal quale forse proprio ripartire, verte nelle prescrizioni dettate dai piani per l’edilizia economica e popolare, che contemplano l’adozione di attrezzature, servizi, scuole, impianti sportivi, parchi, poliambulatori, centri sociali e aree verdi attrezzate etc… che se recuperati, possono certamente fungere da collante per ricucire i brandelli di trame urbane degradate.

PONTICELLI E IL RIONE CONOCAL
Ponticelli è un quartiere di Napoli con circa 70.000 abitanti, situato nella zona est (orientale); forma insieme ai quartieri di Barra e San Giovanni a Teduccio la VI Municipalità del comune di Napoli. Non si tratta tuttavia di un quartiere omogeno, ma di un coacervo di zone diverse, ciascuna delle quali con una sua precisa caratterizzazione, collegata alle diverse fasi storiche dell’evoluzione urbanistica del quartiere. La Ponticelli di oggi appare come un insieme di recinti fortificati, dove la maggioranza degli affacci su strada è segnata da cancellate e muri, che fungono da barriera di insicurezza tra edifici pluripiano degli anni ’80 e i quartieri chiusi in se stessi degli anni ’50; non mancano assi infrastrutturali incompleti, discariche abusive e aree
abbandonate in attesa di accogliere le nuove realizzazioni previste dai piani particolareggiati e dai programmi complessi in itinere. Con il terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980, che provoca ingenti danni anche alla cittadina partenopea, inizia la seconda fase dell’espansione urbanistica incrollata dell’area ad est di Napoli: nascono così il parco “Conocal” ed il “Lotto zero”. La grande espansione urbanistica è legata ai piani di attuazione conseguenti alla legge 219/81 (legge per la ricostruzione post terremoto) con la quale tutta la zona periferica di Ponticelli ha registrato una forte espansione edilizia destinata per lo più ad uso residenziale. Risultato di questa politica sono le centinaia di case popolari che costituiscono rioni malsani e sovrappopolati che raccolgono gli sfollati di varie zone del centro di Napoli. Il Rione Conocal (fig 2) è una zona del quartiere di Ponticelli posta tra Via Argine e “Lotto Zero”, caratterizzata da vecchie palazzine in calcestruzzo armato, tele di amianto e cemento; questa zona è un covo per clan camorristici locali, una delle tante realtà che accoglie un plesso di case popolari sorte nel post-terremoto del 1980, finanziate dalla legge di ricostruzione e destinate ad accogliere centinaia di famiglie, disperate e povere.

Fig 2. Napoli, Ponticelli, vista dall’alto del rionoe Conocal, 2016, Fan Page [archivio Digitale]

Un quartiere di edilizia popolare di pessima fattura, contraddistinto da un numero eccessivamente elevato di abitanti, soprattutto i bambini che si fa fatica a censire. Sbucano dappertutto, a tutte le ore, tra le macerie di un tangibile degrado urbanistico. Il Rione Conocal, così come il Lotto zero, il Rione de Gasperi e molti altri rioni del quartiere, rappresentano le carcasse di quel che resta della speculazione edilizia degli anni Ottanta. Una convivenza forzata e tutt’altro che naturale, quella generata dall’approdo di innumerevoli famiglie provenienti dai contesti cittadini più disparati: abitudini diverse, ideologie e modi di vivere e pensare differenti, che cozzano con quelli dei vicini, in un contesto dove la qualità della vita è ai minimi storici, la dignità e il senso del decoro si identificano in quella totale e disperata assenza di qualsiasi forma di servizi, strutture e infrastrutture. Uno stato di cose che ha concorso a creare una profonda e diffusa ghettizzazione, con gli annessi e assai pericolosi sentimenti di emarginazione sociale e senso di abbandono che regnano in quelle “terre di nessuno”.

Fig. 3 Napoli, Ponticelli, istituto scolastico E.De Filippo, pianta del complesso, [archivio documentale privato antoniodimaro&Partners, 2019]

L’INTERVENTO DI RIQUALIFICAZIONE
Tra la strada Flauto Magico II e Via Madonnelle, in pieno rione Conocal, sorge l’istituto scolastico De Filippo, un vasto complesso in calcestruzzo armato prefabbricato con pianta regolare, realizzato tra gli anni 70’ e 80’, la cui area totale copre una superficie di circa 17.500 mq, di cui 7.000 rappresentano il costruito ed il restante è destinato a verde e servizi vari.

Fig. 4. Napoli, Ponticelli, Istituto Scolastico Eduardo De Filippo, vista esterna da strada di quartiere, [archivio fotografico privato antoniodimaro&Partners, 2019]

Il complesso di chiara veste razionalista è dotato di una palestra coperta, di aree per l’atletica e di un grosso campo da calcio con annessa pista podistica. L’espressione del taglio progettuale razionalista è assolutamente visibile nell’area oggetto di intervento: il campo da calcio presente nella zona a nord ovest della struttura scolastica. Grossi spalti con rigide forme geometriche rivestite in marmo travertino, costeggiano il perimetro nord dell’area di gioco, mentre ad ovest sono presenti la pista podistica e le aree per l’atletica leggera. Ampi spazi dedicati alle attività collaterali al classico insegnamento frontale furono sapientemente progettati, ma da anni, senza un piano di manutenzione ordinaria, purtroppo soffrono l’incuria e all’abbandono del tempo. Il complesso scolastico per sua posizione geografica è sorto al centro di un quartiere altamente malfamato e ben presto controllato abusivamente dei clan camorristici presenti che, utilizzando come schermature le alte paratie murarie, trasformano l’area di gioco in piazza di spaccio e malaffare. Le aree volte alla convivialità ed allo sport, complice il degrado sociale ed architettonico, acquisiscono nel tempo una funzione diversa, posizionandosi come incubatori dell’illegalità, esempio lampante di come le “barriere” tanto strutturali quanto sociali possono diventare un invalicabile limite purtroppo non solo architettonico. A seguito del totale abbandono, le aree dedite ai servizi ed al verde versano in uno stato di pesante degrado, dettato da anni di incuria e totale assenza di manutenzione. Il prospetto in calcestruzzo prefabbricato dell’edificio scolastico si presenta con finestre e avvolgibili rotti, raccontando già nell’architettura una realtà decadente, inoltre le grate divelte delle finestre ai piani terra, descrivono un’architettura nata male e per anni violentata nel suo essere.
Le piste di atletica scompaiono sotto cumuli di detriti e rovi che come grossi macigni negano il senso più profondo allo sport. Rifiuti di vario genere accumulati ai margini dell’area di gioco giacciono nell’incuria di tutti, i grandi spalti rivestiti in travertino sono frantumati, completamente deteriorati dal tempo e dall’abbandono, così come i pali dell’illuminazione, che come grandi occhi osservano inermi l’inarrestabile deterioramento delle aree sotto di essi. Il rivestimento in guaina termoelastica completamente ammalorato e alzato in vari punti, rende
assolutamente inagibile il campo da calcio. Accendendo dal lato sud al campo di gioco però si scorge sul fondo, un maestoso pino marittimo, che da primo attore fa da quinta scenica al contesto degradato. Quel pino è inteso, fin dal primo momento dal team di progettisti come segno di speranza, come elemento puntuale di naturale bellezza dalla quale poter ripartire

Fig.5 Napoli, Ponticelli, Istituto Eduardo De Filippo, campo da gioco prima dell’intervento di riqualificazione, [archivio fotografico privato antoniodimaro&partners 2019]

La richiesta di aiuto del preside dell’Istituto De Filippo, il Prof Ciro Scognamiglio viene immediatamente colta dal Prof. Marco Salvatore, ideatore del progetto “il sabato delle idee”; dal procuratore Nazionale Antimafia dott. Federico Cafiero De Raho, dal Direttore Generale dell’ AORN “Santobono Pausilipon” e dal Direttore della sua Fondazione ospedaliera, nelle persone della dott.ssa Anna Maria Minicucci e della dott.ssa Flavia Matrisciano. L’esemplare meccanismo di recupero urbano e sociale parte proprio da qui, il progetto prevede la riqualificazione totale delle aree da gioco e di quelle contermini, con l’intenzione di creare un centro sportivo che possa ospitare eventi nazionali legati non solo al calcio ma allo sport in generale.

Fig. 6 Napoli, Ponticelli, Istituto De Filippo, fase di ultimazione dei lavori di riqulificazione [archivio fotografico privato antoniodimaro&Partners]

I lavori di recupero architettonico hanno interessato un’area di 2.000 mq riconfigurando in chiave moderna gli spazi in soli 90 giorni lavorativi. Il nuovo campo da calcio è stato realizzato con erba sintetica, con misure regolamentari di 18 metri per 36, in conformità con le attuali normative del FIGC, e progettato con dimensioni tali da poter ospitare incontri di Calcio ad otto di livello Nazionale, grazie alla validazione finale ricevuta da parte del Coni. L’inizio dell’intervento ha visto l’immediata eliminazione dello strato di guaina bituminosa che riveste il terreno di gioco e la realizzazione di un sottofondo in sabbia per stabilizzare l’erba sintetica: un manto di 3 centimetri, in linea con la scelta delle grandi società di abbandonare l’erba naturale che è più difficile da manutenere. Sul perimetro è stata realizzata una nuova pista podistica al fine di consentire lo svolgimento di attività sportive diverse dal calcio, così da poter inserire la struttura all’interno di un circuito federale multidisciplinare di ordine sovra-regionale. Gli spalti in marmo travertino bianco che possono ospitare fino a 500 spettatori sono stati recuperati insieme al prospetto dell’edificio e all’illuminazione. I lavori di ripristino funzionale hanno incluso anche il sistema fognario, otturato da anni. La progettazione esecutiva per la riqualificazione degli spogliatoi è attualmente in corso. In parallelo alle attività di architettura, sono stati avviati i lavori di ricerca e costituzione di una associazione sportiva locale che possa assumere la gestione del nuovo complesso sportivo.

Fig.7 Napoli, Ponticelli, Istituto De Filippo, fase di ultimazione dei lavori di riqulificazione [archivio fotografico privato antoniodimaro&Partners]

L’associazione, infatti, per statuto deve contemplare il reclutamento di giovani sportivi e non, provenienti dai quartieri di Ponticelli e Barra. L’intenzione è creare un centro sportivo federale che possa fungere da luogo di aggregazione sportiva e sociale e che faccia da volano di sviluppo per un quartiere che versa in una condizione di totale abbandono.

“un campo sportivo in stile americano nel cuore del rione Conocal, con il verde dell’erba sintetica e il rosso della pista d’atletica che brillano tra il grigio delle palazzine popolari. Adesso non è più un sogno giocare a calcio lontano dalla strada per i bambini di Ponticelli. […] Un presidio nel rione che ha uno dei tassi di criminalità e di devianza giovanile più alti della città. Promessa mantenuta: è stato raccolto l’appello lanciato dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, durante l’iniziativa di “Repubblica” e “Sabato delle idee” su dispersione scolastica e criminalità organizzata. Un incontro promosso nell’istituto dal nostro giornale e dall’associazione dello scienziato Marco Salvatore per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul quartiere. E sollecitare la società civile a fare qualcosa di concreto per ridare dignità alle persone. È la prima volta che la Fondazione, da sempre attenta a infanzia e adolescenza, si è aperta a un impegno sociale che va oltre le mura dell’ospedale pediatrico. Il gesto ha riacceso la speranza in un rione strozzato da raid di camorra, sangue versato e promesse mai mantenute. L’emozione e l’entusiasmo hanno preso il posto della diffidenza tra i mille studenti della “De Filippo”, che hanno visto rinascere un campetto e un centro sportivo in rovina da oltre 15 anni. Lo sport negato al rione Conocal, il campo di calcio è chiuso da 15 anni … “Gli studenti proveranno subito il terreno di gioco: disputeranno una partita di calcio nel nuovo campetto. Grazie ai lavori, diretti dal giovane architetto Antonio Di Maro, sono sparite la desolazione del tartan a pezzi, la tristezza delle porte pericolanti senza reti e degli spalti in marmo degradati. Niente più cancelli arrugginiti e fogne otturate. Ma ovunque colore e ordine. Grazie all’intervento è riemerso il profilo dell’architettura di stampo razionale della struttura. Il campo che affaccia sul rione Conocal ha ritrovato una quinta scenica a effetto, con lecci ed eucalipti accanto al muretto tinteggiato di blu e azzurra. (Anna Laura De Rosa, la Repubblica, 18 gennaio 2019).

Figura 8 Anna Laura De Rosa [la Repubblica, 18 gennaio 2019 fonte archivio digitale].

L’intervento architettonico sul complesso scolastico sportivo del Conocal a distanza di quasi un anno rappresenta un esempio puntuale di recupero urbano e sviluppo sociale delle periferie, attuato per microelementi e soprattutto autogestito e manutenuto dalle realtà locali. Nelle mire della fondazione esistono altri interventi simili da attuare nel prossimo periodo. La riuscita della riqualificazione del Conocal si pone come faro di speranza e sviluppo per quelle realtà e conurbazioni periferiche spesso dimenticate.

Fonti e Bibliografia

  • SALES I., Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli, L’ancora, Napoli 2006
  • ANNA LAURA DE ROSA, Napoli, Il campo sportivo restituito ai bambini del Rione Conocal, la Repubblica, 18 gennaio 2019
  • SAVIANO R., Gomorra, Mondadori, Napoli 2006.
  • ACIERNO A.,”Dagli spazi della paura all’urbanistica per la sicurezza”, Alinea Edizioni, Firenze 2003.
  • ACIERNO A.,Sviluppo urbano delle periferie Napoletane, Periferie napoletane: recinti di insicurezza, Università di Napoli Federico II Napoli, 2007

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