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Non è un vezzo artistico o la moda del momento. Oasi amene con vegetazioni rigogliose tingono di verde la giungla urbana. Da Shangai a New York, le grandi metropoli riscoprono la natura. Giardini pensili adornano le vette dei palazzi, mentre piccoli orti botanici si snodano in città nel reticolo fitto di strade e grattacieli. C’è un nesso tra architettura e verde.

Gli edifici sono sistemi viventi con fondamenta nel suolo, proprio come gli alberi e le loro radici. Lo sostiene il ricercatore Marcel Kalberer; idea la sua simile a quella che ha ispirato l’artista Patrick Dogherty, autore del progetto case-nido. D’altronde per secoli il confine tra centro abitato e campagna non era così definito: aree incontaminate si stendevano a perdita d’occhio sino ai borghi. Il fenomeno di urbanizzazione è piuttosto recente come attestano gli studi in merito. E adesso architetti illustri, da Zaha Hadid, Rem Koohlas a Renzo Piano, hanno rispolverato le antiche abitudini.

ESEMPI– A Manhattan, nel cuore della grande Mela, c’è la High Line, una  ferrovia abbandonata convertita in un parco con piante e alberi lussureggianti. I veri pionieri di questo rinascimento “green” sono però i progettisti giapponesi: Acros, nel Paese del Sol levante, ne è il primo esempio moderno. A dispetto di quanto si pensi, gli angoli verdi ben si sposano con il fitto tessuto metropolitano: i due ambienti, seppur diversi e per certi versi agli antipodi, si integrano tra loro, come in un perfetto puzzle, creando paesaggi nuovi che rispondono però ad esigenze ancestrali, ossia il legame con la natura, la materia con lo spirito.

I Giardini verticali di Boeri

I giardini di Porta Nuova a Milano, a firma dell’arch. Stefano Boeri, rappresentano la più grande sfida italiana in tal senso. Le due torri di cemento, impreziosite da circa 2000 piante, tra fiori e arbusti variopinti, svettano sulla città, dando un tocco inusitato allo skyline. Alcuni lo consideravano utopico e avevano bollato il progetto come una follia costosa. Boeri invece ci ha creduto fermamente dall’inizio, nonostante tutto; per riuscirci, ha coinvolto un team di esperti, tra botanici, ingegneri, agronomi ed economisti e le soddisfazioni non sono mancate: dal 2014 ha vinto premi come l’highrise e il ctbuh. I giardini di Porta Nuova  sono dunque la migliore opera d’architettura al mondo nell’ultimo anno, come ha stabilito una giuria internazionale. A Milano li chiamano anche “i giardini di Boeri” e “bosco verticale” per sottolinearne la peculiare vegetazione rigogliosa, ma il complesso di palazzi, circondati da circa 900 alberi e altrettanti cespugli, in effetti è un vero e proprio ecosistema, un mondo all’interno del mondo metropolitano. Oltreoceano sono pronti a replicare l’esperimento, rispettando gli stessi criteri di sostenibilità.

I VANTAGGI – Certo nell’antica Mesopotamia l’avevano già capito: le aree verdi valorizzano il contesto urbano, addomesticando l’espansione della città, senza  pregiudicarla, cioè limitano i danni della cementificazione sul territorio. I vantaggi sono molteplici e non solo per un mero dato estetico. Ad esempio, grazie agli orti domestici, alcune famiglie possono in parte contenere le spese; i tetti verdi ancora consentono di risparmiare energia e pagare bollette meno onerose; parchi e giardini soprattutto infondono felicità. Il legame tra architettura e verde è vita.

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